NOI AVVOCATI

In anteprima un capitolo del libro NOI AVVOCATI, di Priolo, Di Matteo, La Cava, Marvasi, Quarzo edito da Ianua Editore, nel quale si guarda alla realtà della professione forense, cercando nuove prospettive di sviluppo.
Chi desiderasse prenotare una copia omaggio del volume (fino ad esaurimento delle scorte) la richieda tramite
contatti del presente sito, scrivendo semplicemente "Noi Avvocati"

 
IL PRIMATO DELL’AVVOCATURA
 
L’Italia sta vivendo un momento drammatico, costretta da una crisi economico-finanziaria della quale non si intravede la fine. Il Paese sembra svuotato di ogni forza e non si intravede nessuno che offra una qualche idea: ciò che è proprio il problema del Paese: la mancanza di idee, a qualsiasi livello.
Tale crisi si riflette anche sulla nostra professione: non mi riferisco ai problemi economici, sempre più pressanti, anche per gli Studi Legali più noti, quanto ad un generale impoverimento culturale e professionale della nostra categoria.
Credo che tale impoverimento derivi innanzitutto dalla scomparsa, per noi Avvocati, della figura del Maestro: di quell’Avvocato che ci ha presi per mano all’indomani della laurea, che ci ha insegnato a muovere i primi passi al Foro, che ci ha maltrattati e strapazzati, lusingati ed esaltati; che ci ha trasmesso la sua scienza, la sua cultura; un modo di essere. È un concetto che mi è caro e nel quale credo fermamente: non c’è, non ci può essere, cultura se non c’è un Maestro che la trasmette.
L’autodidatta può acquisire da solo una grande erudizione, potrà padroneggiare anche una materia complessa, come quella giuridica, con grande tecnicismo. Ma sul piano culturale avrà sempre un quid in meno. Gli mancherà quella tradizione, quel legame culturale con pensieri meditati ed affinati per secoli, gustati, filtrati, adeguati ai tempi ed assorbiti come parte di sé stessi.
Non sto parlando di un eufemismo, ma di un concetto reale, espresso dal Maestro Arturo Carlo Jemolo con grande lucidità e con rigore quasi matematico:
“…in qualche modo tutto si concatena, ed è difficile sapere se una dottrina avrebbe potuto affermarsi, un indirizzo politico manifestarsi e trovare adepti, se non si fossero dati certi antecedenti… Ma è illusione credere che nel tessuto della storia sia possibile seguire tutti i fili fino a rintracciarne l’origine”.
Le ultime generazioni dei nostri colleghi sono caratterizzate – con l’eccezione di pochi fortunati – dalla mancanza di un Maestro nella loro formazione. I giovani laureati in giurisprudenza escono dall’Università con una preparazione anacronistica: non vengono messi in condizione di svolgere un qualsiasi lavoro, ma dal corso di laurea ricevono solamente uno strumento di lettura dei codici e delle leggi. Il modello di studi, insomma, non è mutato, è quello classico che vuole solamente porre in condizione di capire come potranno usarsi gli strumenti del futuro lavoro: la professione non è (non era) compito dell’Università di insegnarla.
La mancanza di Maestri è nelle cose: il numero delle persone che si iscrivono all’Albo (alcuni magari dopo tre, quattro, anche cinque, ripetizioni dell’esame) è esorbitante. A Roma sfioriamo i 24.000 Avvocati; in tutt’Italia siamo 240.000. È giocoforza che il giovane che abbia superato l’esame di Avvocato debba inventarsi da solo un modo di fare la professione. Anche quelli che hanno la fortuna di collaborare “a fattura” presso qualche Studio devono arrangiarsi da soli: nessuno vuole (o può) perdere tempo per insegnar loro la professione; tutt’al più un veloce corso di formazione per uniformare la redazione di precetti o ricorsi standard. Nessuno che insegni nulla. Così, codice deontologico alla mano (meditate: esiste soltanto dal 1997; fino ad allora non si era avvertita l’esigenza: bastavano i Maestri per insegnare l’educazione professionale), il giovane affronta la professione di Avvocato, se è coraggioso o fortunato o bravo a trovare lavoro mettendosi da subito in proprio, solo o con altri colleghi.
Così, a tutti questi colleghi senza Maestro, appaiono come la manna dal cielo tutti gli aiuti che ricevono dal web: da modelli di ricorsi, ad informative, a dritte su eccezioni e comportamenti. Chi ricorda più la questione sorta a settembre 2010 (dopo Cass., S.U., 9 settembre 2010, n. 19246) dei termini per le iscrizioni a ruolo dei decreti ingiuntivi? Eppure per alcuni mesi tutti gli Avvocati erano (eravamo) come dei piccoli Andrioli, che copiavano (copiavamo) a verbali dotte e difficili formule tratte dal web per eccepire l’avvenuta estinzione del giudizio, ovvero per contestarne l’eccezione. Senza meditare veramente la decisione, che poi è risultata di portata molto più limitata.
Un impegno primario dell’Avvocatura nel suo insieme dovrà essere quello di cercare di colmare tale lacuna, offrendo a tutti coloro che si affacciano alla professione un supporto culturale e lavorativo differente da quello costituito dall’offerta di modelli di ricorsi.
Si dovrà proporre loro uno schema differente, ponendo in primo piano la grande dignità della professione, la sua insostituibilità ed il suo primeggiare.
Non si tratta di prospettare concetti obsoleti o di permettersi di indicare una strada obbligata da percorrere. Dio ce ne scampi da un simile tentazione: creeremmo un mondo immobile e senza possibilità di sviluppo. Che ben vengano i contrasti tra generazioni. Che i più anziani si lamentino e si dolgano della vitalità dei giovani quando essa è scambiata per irrispettosità: con la speranza che i giovani siano così vitali da non curarsene e così intelligenti da non mancare di rispetto.
No. Si tratta, più semplicemente, di raccontare cosa si è, cosa è stato prima di noi e come si è arrivati alla realtà odierna.
Questa è cultura. Questa è la cultura che l’Avvocato deve avere nel suo cassetto, ponendo l’umanità davanti al tecnicismo, valori professionali e di onore davanti a tutto, il desiderio di confrontarsi nel Foro come nella vita, con lealtà.
Si tratta di tentare di supplire, con le nostre istituzioni, la mancanza del Maestro.
Gli Avvocati siamo una categoria formidabile.
Ripeto sempre – e tutto ciò va a nostro onore – come vi sia in generale un grandissimo rispetto delle regole ed una grande correttezza, sia pure in una professione che ci vede contrapposti gli uni agli altri. Contrapposizione ed antagonismo che non diventa mai personale: sappiamo tutti essere ciò un gioco delle parti e che noi siamo appunto ad-vocati: chiamati ad una certa difesa. Così la tesi proposta al giudice non è quella nostra personale, ma quella del nostro cliente, il quale sostiene… Ed il nostro contraddittore non dirà la tesi del mio collega è sballata: ma si riferirà a quello che ha sostenuto l’altra parte e non il collega difensore: proprio per quella necessaria spersonalizzazione, quel prodigarsi nell’interesse di un terzo che rende più alto e nobile il nostro ruolo.
Anche il solo comprendere appieno ciò fa parte della cultura che deve possedere l’Avvocato. Nessuno te lo insegna all’Università; chi non è Avvocato, anche se parte del sistema giudiziario, spesso non ne ha coscienza. Eppure ciò è un caposaldo della nostra professione.
Un caposaldo che viene meno: sempre più spesso il Consiglio dell’Ordine deve occuparsi di aspetti disciplinari derivanti da rapporti non corretti tra colleghi, che derivano proprio dall’ignoranza (senza colpa: non si è avuto il Maestro) di questo semplice presupposto della nostra attività.
La professione di Avvocato è senza dubbio la più difficile e faticosa. È l’unica professione dove c’è un professionista, che se non si è presuntuosi si deve presumere bravo almeno quanto noi, pagato per farci sbagliare e per trarre un vantaggio dai nostri errori. Solamente lo studio, la ricerca e l’applicazione continua consente di svolgerla in maniera degna.
Il propagare scorciatoie quali la diffusione di modelli da copiare significa solamente dare una ingannevole illusione: che le menti più intelligenti e serie sapranno rifiutare: per ricercare, invece, un modello di crescita, che sia sì moderno ed attuale, ma che sia improntato a valori di base, che neppure il proliferare di modelli deteriori può eliminare dal DNA della nostra professione di Avvocato.
 
 
© Tutti i diritti riservati – Studio Avvocato T. Marvasi