L'ORGOGLIO DI ESSERE AVVOCATI

 

In questi giorni [luglio 2011] l'orgoglio di essere Avvocati è stato ravvivato dalla bella mostra sul Centenario del Consiglio dell'Ordine di Roma al Palazzaccio (dura ancora qualche giorno: non perdetela!) e dagli interventi celebrativi, di altissimo livello morale e pedagogico, svolti da autentici Principi del Foro, quali Biamonti, Martuscelli e Rossi.
Salire per un attimo su tali vette significa prendere una boccata di aria pura, prima di reimmergersi nel nostro quotidiano e nei problemi che affollano l'universo giustizia e che rendono oltremodo difficoltosa la nostra professione.
Professione vieppiù complicata da interventi legislativi che, nell'intento degli ideatori, dovrebbero costituire la panacea di tutti i mali e che, invece, si infrangono immancabilmente nella loro inutilità o, addirittura, diventano un nuovo ostacolo da evitare ed una nuova occasione di ritardo e di disservizio.
Inevitabilmente tutti questi interventi muovono da un'analisi distorta della realtà che addossa all'anello debole della catena - l'Avvocatura - tutte le responsabilità, elevando a "merito al valore" le oggettive difficoltà degli altri protagonisti principali (magistratura, personale di cancelleria, ausiliari), nascondendone così le loro pur sussistenti responsabilità, per concludere con l'immancabile e pleonastico rilievo della "litigiosità" del popolo italiano.
Il nostro Presidente del Consiglio dell'Ordine di Roma, Antonio Conte, si domanda da anni perché con l'Avvocatura e solamente con essa si determina lo strano fenomeno che all'ingente numero (23.000 iscritti a Roma; 240.000 in tutt'Italia) non corrisponda una analoga capacità di essere sentiti. I tassisti romani sono poco più di cinquemila, ma nessuno osa assumere neppure una delibera che li riguardi senza prima averla concordato con loro; noi abbiamo subito l'affronto della mediazione e solo a posteriori si sta cercando (con paziente attività diplomatica e coi collaterali ricorsi giurisdizionali) una soluzione: si badi non una soluzione che avvantaggi la nostra categoria, ma che eviti il nascere di un quarto, costosissimo, grado di giudizio.
La verità è che ogni analisi che ci riguarda si ferma ai luoghi comuni.
Così l'Avvocato che tra quelli elencati è il protagonista che maggiormente è tenuto ad un impegno - l'unico che deve rispondere direttamente e personalmente di qualsiasi errore; l'unico che è soggetto a termini perentori; l'unico per il quale una malattia (anche completamente invalidante) o una gravidanza non costituisce esimente o giustificazione giuridica per un mancato adempimento - è additato come il principale responsabile dei mali e dei ritardi di tutti.
Lo ha fatto da ultimo anche il Corriere della Sera, con un articolo di due noti economisti (Alberto Alesina e Francesco Giavazzi), che vedono nell'alto numero di avvocati e nella struttura delle parcelle alcune delle principali concause dei problemi della giustizia.
Tale rilievo si basa su un (pre)giudizio negativo e da esso discendono conseguenze negative, facendo apparire gli Avvocati come soggetti interessati alla lunghezza del processo: laddove è vero esattamente il contrario: prima il giudice pronuncia la sentenza, prima matura il diritto dell'Avvocato di essere pagato.
A tale articolo replica Carlo Priolo anche alla luce di una ricerca sul peso della inefficienza della Giustizia Civile quale ostacolo alla crescita e alla funzionalità del sistema economico italiano, elaborata con il Centro ricerche della "Associazione forense Emilio Conte" (Avv.ti Andrea Ciannavei, Nicola Colavita, Gianni Di Matteo, Laura Matteucci, Francesca Papini, Rosario Rao, Simona Riccio, Gabriele Zuccheretti) ed in collaborazione con le Associazioni "Arivivis" (Presidente Avv. Pietro La Cava) e "Zaleuco" (di cui mi onoro si essere Presidente).
La lucida e profonda analisi di Priolo (clicca qui per leggerla) rettifica i dati errati e pone la discussione sui giusti binari.
In effetti incidendo sugli Avvocati si potrebbe (forse: ma ne dubito) soltanto ottenere una riduzione del numero dei giudizi (molto probabilmente solamente di quelli di minore contenuto economico). Il problema della giustizia non sta nei numeri dei giudizi, ma nella lentezza della risposta della giustizia (della parte pubblica della giustizia).
I tempi dei processi non sono aumentati dai tempi - dal sottoscritto vissuti (e devo ancora compiere sessant'anni!) - in cui a Roma c'erano ancora meno di diecimila Avvocati ed in cui i numeri del contenzioso erano di gran lunga inferiori a quelli attuali.
In realtà nello stesso Corriere della Sera, nella discussione seguita all'articolo di Alesina e Giavazzi, v'è una smentita di quella (errata e deviante) tesi: contraddetta dal caso del Tribunale di Torino, dove una guida sicura e forte del Tribunale Civile, la collaborazione con l'Ordine degli Avvocati (e l'adozione di venti "regole" da parte dei giudici) ha portato a risultati incredibili, apprezzati in primo luogo proprio dall'Avvocatura.
Qualcosa questo significherà.
(Tommaso Marvasi)