TERMINI DI RIASSUNZIONE PER IL CURATORE

 

 

Giurisprudenza. Merito. Fallimento. Interruzione. Decorrenza termini riassunzione.

Art. 299 e ss. c.p.c. Art. 43 R.D. 16 marzo 1942, n. 267 (L.F.)

 

La pubblicazione della sentenza dichiarativa di fallimento costituisce, giusta l’art. 43 L.F., il fatto giuridico che determina l’interruzione automatica del procedimento, a prescindere dalla dichiarazione resa in udienza. Da quel momento, quindi, per il curatore (il quale ha conoscenza legale immediata dell’evento interruttivo) decorre il termine per la prosecuzione del giudizio ai sensi dell’art. 302 c.p.c. o per la sua riassunzione ex art. 303 c.p.c.

In difetto di tali attività il giudizio si estingue ai sensi dell’art. 305 c.p.c..

(Trib. Roma, Nona Sezione Civile, Giudice Monocratico Dott.ssa M. Cruciani, 8 marzo 2011, n. 4978).

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La sentenza che segnaliamo (e che a noi è stata indicata dal Prof. Paolo Picozza) pone innanzitutto problemi pratici, quasi insuperabili, per il curatore: il quale ha certamente conoscenza immediata dell’evento interruttivo (la dichiarazione di fallimento), ma quasi mai, nei primi tre mesi dall’apertura della procedura, è in condizione di avere un quadro chiaro, certo e completo del contenzioso in essere: se la procedura concorsuale è complessa, tre mesi sono oggettivamente un termine insufficiente; se il fallimento concerne un’azienda di piccole dimensioni, il disordine amministrativo tipico del periodo precedente il fallimento e la mancanza di organizzazione conseguente alle ridotte dimensioni dell’azienda richiede un impegno forse ancora maggiore, che non può risolversi in novanta giorni.

Si dirà: quello esposto nel paragrafo di apertura è il cahier de doleance del curatore, gravato di un ulteriore compito (la verifica, indipendentemente dalle notizie che può ricevere dal fallito, circa la pendenza di giudizi), ma… dura lex, sed lex.

Il giurista non può certo essere influenzato da fatti contingenti nell’interpretazione della norma.

Certamente non ha subito influenze dal mondo “temporale” la sentenza annotata.

Questa non costituisce una novità assoluta, trovando un precedente proprio nella giurisprudenza dello stesso Tribunale di Roma (Sez. VIII, 30 giugno 2009, in Il Fallimento, 2010, 5, 536, con nota di GROPPOLI): «Il termine per la riassunzione del processo nei confronti del fallimento decorre dalla data di pubblicazione della sentenza di fallimento, in quanto la pubblicità di quest'ultima decisione, costituendo uno strumento di conoscenza legale, consente alla parte interessata di avere tempestiva conoscenza dell'evento interruttivo e, quindi, di assumere le conseguenti iniziative processuali. Neppure è ravvisabile nella fattispecie prevista dall'art. 43, l. fall. - R.D. n. 267/1942 - una disparità di trattamento rispetto alle ipotesi di interruzione automatica disciplinate agli artt. 299, 300, terzo comma, e 301 c.p.c., in relazione alle quali la Corte ha dichiarato la illegittimità costituzionale dell'art. 305 c.p.c. nella parte in cui dispone che il termine per la prosecuzione o per la riassunzione del giudizio interrotto decorre dall'interruzione anziché dalla data in cui le parti ne abbiano avuto conoscenza legale, trattandosi di fattispecie diverse in relazione alla qualità dei soggetti colpiti dall'evento interruttivo e alla ratio sottesa: nell'ipotesi prevista dall'art. 43 l. fall. - R.D. n. 267/1942 - l'interruzione automatica assolve una funzione di accelerazione della procedura fallimentare e non di tutela del contraddittorio e di difesa» (nello stesso periodo, peraltro, diverso giudice di merito affermava un principio del tutto antitetico: «La modifica dell'art. 43 della legge fallimentare, introdotta dal D.Lgs. n. 5/2006 secondo la quale l'apertura del fallimento determina l'interruzione del processo deve essere interpretata nel senso che, pur ammettendo l'immediato prodursi dell'interruzione del processo per effetto della dichiarazione di fallimento, ugualmente il termine per la sua riassunzione decorre dal momento in cui la parte interessata ne ha avuto conoscenza nel processo»: Trib. Acireale, 22 ottobre 2009, in Sito web Il caso.it, 2010).

La sentenza annotata utilizza, quindi – e lo dice espressamente, pur senza fare riferimento al precedente dello stesso Foro, che non mostra di avere tenuto in conto – il medesimo principio della prevalenza della funzione di accelerazione della procedura fallimentare, anche rispetto alla tutela del contraddittorio e del principio di difesa.

La novità è rappresentata dall’esplicita affermazione della decorrenza del termine dalla data della dichiarazione di fallimento nei confronti del curatore: fino ad allora, difatti, quasi sempre il problema si era posto nel senso opposto, guardandosi al termine di riassunzione contro il fallimento e domandandosi se la pubblicazione della sentenza dichiarativa di fallimento costituisse conoscenza legale erga omnes.

Il Tribunale di Roma con la decisione del 2011 sembrerebbe avere superato tale problema – che per la verità aveva suscitato molte perplessità e che era stato portato più volte all’attenzione della Corte Costituzionale – riconnettendo una presunzione assoluta di conoscenza contestuale alla pubblicazione della sentenza in capo al solo curatore. Questi ha l’onere della riassunzione entro tre mesi dalla dichiarazione di fallimento, essendo soggetto che necessariamente ha conoscenza legale dell’evento interruttivo (semmai si dovrebbe più esattamente dare la decorrenza del termine dall’accettazione dell’incarico). L’altra parte solamente dalla conoscenza effettiva (e non presunta) che ne ha.

Principio che non sembrerebbe porsi in contrasto con una giurisprudenza di legittimità, che – quantomeno nella sua prevalenza – ha sempre posto l’accento sulla natura meramente dichiarativa dell’ordinanza del giudice che interrompe il processo, facendo comunque decorrere il termine dalla conoscenza che la parte ha dell’evento (Cass., S.U., 20 marzo 2008, n. 7443).

Si deve, peraltro, tenere presente che pur sempre affermandosi la natura dichiarativa dell’ordinanza del giudice, la tendenza sembrava orientata alla valutazione della notizia dell’evento nell’ambito del giudizio, come fatto endoprocedimentale. Così, sia pure con riferimento ad ipotesi diversa dalla interruzione per intervenuto fallimento, era stato affermato: «in caso di estinzione della parte persona giuridica per incorporazione, l'interruzione del processo si verifica dal momento in cui il procuratore dichiara in udienza l'evento interruttivo e lo notifica alle altre parti; tale momento segna altresì la decorrenza del termine semestrale per la riassunzione o la prosecuzione del processo stesso, indipendentemente dalla successiva pronuncia del giudice la quale riveste valore meramente dichiarativo» (Cass., 22 giugno 1999, n. 6298).

Così la novità reale della sentenza annotata è che per la prima volta viene affermato in maniera esplicita la decorrenza tout court del termine a carico del curatore.

Novità che sembra conseguire direttamente dai principi affermati dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 17 del 2010. E in merito a detta decisione annotiamo come, probabilmente, la non esplicita affermazione della decorrenza del termine in capo al curatore dalla pubblicazione della sentenza di fallimento non ha fatto cogliere – quantomeno ai pratici del diritto – la reale portata del principio da essa portato.

Affermano, difatti, i giudici della Consulta: «l’art. 43, R.D. n. 267/1942, con il terzo comma, ha introdotto un nuovo caso di interruzione automatica del processo conseguente all’apertura del fallimento, nulla prevedendo in ordine alla riassunzione del processo. Sicché al riguardo continua a trovare applicazione l’art. 305 c.p.c., nel testo risultante dai principi affermati da questa Corte, secondo cui: “il termine per la riassunzione del processo interrotto decorre non già dal giorno in cui si è verificato l’evento interruttivo, bensì da quello in cui tale evento sia venuto in forma legale a conoscenza della parte interessata alla riassunzione”» Corte cost., 21 gennaio 2010, n. 17.

La stessa decisione, con riguardo alla decorrenza del termine in capo alla parte diversa da quella dichiarata fallita, ha precisato essere infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 305 c.p.c., sollevata in riferimento agli artt. 3, 24 e 111, secondo comma, Cost., che fa decorrere il termine per la riassunzione del processo dalla data dell'interruzione dello stesso per intervenuta dichiarazione di apertura di fallimento ex art. 43, comma 3, L.F.

Il ragionamento dei giudici delle leggi muove dalla constatazione che nel vigente sistema di diritto processuale civile, è da tempo acquisito il principio secondo cui, nei casi d'interruzione automatica del processo (artt. 299, 300, terzo comma, 301, primo comma, c.p.c.), il termine per la riassunzione decorra non già dal giorno in cui l’evento interruttivo è accaduto, bensì dal giorno in cui esso è venuto a conoscenza della parte interessata alla riassunzione medesima.

Secondo i giudici costituzionali, l’art. 43 del r.d. n. 267 del 1942, con il terzo comma (aggiunto dall'art. 41 del d.Lgs. n. 5 del 2006), ha introdotto un nuovo caso d’interruzione automatica del processo, conseguente all’apertura del fallimento.

L’art. 43 L.F., però, nulla ha previsto per la riassunzione: non è stata ravvisata, perciò, alcuna ragione per discostarsi da quanto previsto dall’art. 305 c.p.c. (che continua a trovare applicazione) nel testo risultante a seguito di precedenti interventi della Corte e del principio di diritto che sulla base di esse si è consolidato. «Infatti» – conclude la sentenza Corte Cost. n. 17/2010 – «non sono ravvisabili ragioni idonee a giustificare, per la fattispecie qui in esame, una disciplina giuridica diversa rispetto alle altre ipotesi d'interruzione automatica, attesa l'identità di ratio e di posizione processuale delle parti interessate, che le accomuna».

Per completezza ci pare opportuno ricordare come l’art. 305 c.p.c. costituisca una norma alquanto travagliata e con vari interventi della Consulta. Così uno dei più diffusi codici annota l’articolo: “Articolo prima sostituito dall'art. 30, L. 14 luglio 1950, n. 581 e poi così modificato dal comma 14 dell’art. 46, L. 18 giugno 2009, n. 69, con i limiti di applicabilità previsti dalle disposizioni transitorie di cui all’art. 58 della stessa legge. La Corte costituzionale, con sentenza 12-15 dicembre 1967, n. 139 (Gazz. Uff. 23 dicembre 1967, n. 321), ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 305 c.p.c. per la parte in cui fa decorrere dalla data dell'interruzione del processo il termine per la sua prosecuzione o la sua riassunzione, anche nei casi regolati dal precedente art. 301 in riferimento all'art. 24 Cost. La stessa Corte, con successiva sentenza 28 giugno-6 luglio 1971, n. 159 (Gazz. Uff. 14 luglio 1971, n. 177), ha dichiarato l'illegittimità dell'art. 305 c.p.c., nella parte in cui dispone che il termine utile per la prosecuzione o per la riassunzione del processo interrotto ai sensi dell'art. 299 dello stesso codice, decorre dall'interruzione anziché dalla data in cui le parti ne abbiano avuto conoscenza. Ha dichiarato, inoltre, l'illegittimità del detto art. 305 nella parte in cui dispone che il termine utile per la prosecuzione o per la riassunzione del processo interrotto ai sensi del precedente art. 300, comma terzo, decorre dall'interruzione anziché dalla data in cui le parti ne abbiano avuto conoscenza. Inoltre la Corte costituzionale, con sentenza 16-27 marzo 1992, n. 136 (Gazz. Uff. 8 aprile 1992, n. 15 - Prima serie speciale), ha dichiarato non fondata la questione di legittimità dell'art. 305 c.p.c., nella parte in cui anche in caso di fallimento della parte costituita fa decorrere dalla interruzione del processo il termine utile per la sua riassunzione, in riferimento all'art. 24 Cost.; con sentenza 13-21 gennaio 2010, n. 17 (Gazz. Uff. 27 gennaio 2010, n. 4 - Prima serie speciale), ha dichiarato non fondata, nei sensi di cui in motivazione, la questione di legittimità dell’art. 305 del codice di procedura civile, in riferimento agli articoli 3, 24 e 111, secondo comma, Cost.”.

Non deve sfuggire, comunque, come la stessa Corte – con decisione del 1 luglio 2005, n. 252 – nel dichiarare l’inammissibilità di una ennesima questione di costituzionalità dell’art. 305 c.p.c., prospettata in relazione all’interpretazione derivante dal principio giurisprudenziale maggioritario, aveva rilevato come «tuttavia, nella giurisprudenza di legittimità, sia anteriore sia successiva all'ordinanza di rimessione, si rilevano anche pronunce che si discostano dall'indicato orientamento e che, ai fini della decorrenza del termine per la riassunzione del processo, conferiscono rilievo al momento della comunicazione alle parti dell'ordinanza del giudice che abbia dichiarato l'interruzione».

Insomma la questione non è risolta, vuoi per la esistenza di un indirizzo giurisprudenziale sia pure minoritario, vuoi per la non definitività dell’intervento della Corte Costituzionale. Intervento (nel caso della decisione n. 17 del 2010) concernente la decorrenza dei termini rispetto alla parte diversa dal fallimento.

Allorché si dovrà guardare alla questione della decorrenza dei termini in capo al curatore, non ci si potrà esimere dal considerare che la differente prospettiva pone anche una serie di questioni e di effetti peculiari.

Primo fra tutti la possibilità concreta che il Curatore sia stato messo dal fallito in condizione di tutto conoscere dell’attività dell’impresa , proprio per non consentire al fallito (che potrebbe nascondere o ritardare volutamente informazioni) di determinare quali processi riassumere e di quali, invece, provocarne l’estinzione.

Si pensi, ad esempio, ad una società con sede in Roma, dichiarata fallita dal Tribunale di Roma. Il curatore, diligentemente, verifica tutti i giudizi pendenti davanti al Tribunale ed alla Corte d’Appello di Roma; essendo particolarmente diligente spinge la sua ricerca a tutti i Tribunali del Distretto della Corte d’Appello. Non può certamente immaginare (se nessuno glielo ha detto) che la fallita aveva in corso un giudizio relativo ad un suo credito ultradecennale davanti al Tribunale di Vallo della Lucania. Non riassume il giudizio nei tre mesi dalla pubblicazione della sentenza di fallimento ed il giudizio viene dichiarato estinto. Il curatore a questo punto non può più perseguire quel credito, risultato prescritto.

L’istituto dell’interruzione avrebbe, quindi, provocato esattamente l’effetto opposto di quello voluto: anziché offrire alla parte che ha subito l’evento interruttivo un termine per valutare l’opportunità o meno di proseguire quel giudizio, ha fatto conseguire all’altra parte un indebito vantaggio.

Per di più nel caso di fallimento di un effetto perverso addirittura in contrasto col principio di celerità ed accelerazione della procedura: il curatore, proprio per la ristrettezza del termine, riassumerà velocemente senza porsi molti problemi sull’opportunità, tutti i giudizi di cui verrà a conoscenza: rimandando ad un momento successivo la valutazione della convenienza o meno di quella riassunzione.

Per non dire che il principio della prevalenza del principio della accelerazione della procedura fallimentare su quello di tutela del contraddittorio e di difesa, non ci trova d’accordo, e che ci lascia smarriti: con un turbamento quasi pari alla constatazione del superamento (anzi, del capovolgimento) del principio che sono meglio cento colpevoli liberi piuttosto che un solo innocente in carcere: ma questo è un rilievo assolutamente personale e metagiuridico, che prego i miei quattro lettori di non considerare.

(Tommaso Marvasi)

 

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